“Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!” [Manifesto del Partito Comunista, Mondadori, pp.244]
L’Europa borghese tremò al suono di queste parole, pubblicate a Londra nel febbraio del 1848. Di lì a poco scoppiò la rivolta, prima a Parigi e poi in tutto il continente. Sembrava che le teorie espresse nel pamphlet di Marx e Engels potessero finalmente prendere vita, ma nel giro di qualche mese la rivoluzione fu soffocata. Accusati di aver attentato all’equilibrio politico europeo, i due autori furono costretti all'esilio.
Raggiunta la piena maturità del suo pensiero, proprio dalla Gran Bretagna,Marx colse l’occasione per avvalorare le sue ipotesi, servendosi dei dati concreti estratti dallo studio dell’economia inglese; a Londra ebbe modo di osservare più da vicino l’evoluzione di due paesi, che avrebbero avuto un grosso peso nel XX secolo: la Russia e gli Stati Uniti.
Autori come I. Berlin hanno visto nell’opera di Marx un grande affresco incompiuto, che ha trovato proprio nel Manifesto il suo momento di unificazione. Le sue opere, dice Berlin, non seguono una logica unitaria e non sono nemmeno originali dal punto di vista filosofico, in quanto riprendono teorie già espresse in precedenza; lo stesso Marx si definì “una macchina, condannata a trangugiare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia”.[Karl Marx, Berlin, pp.XVI,XX] La sua abilità fu invece quella di riuscire a dare una sintesi critica a tutto il materiale esistente nella cultura ottocentesca. Pur non condividendo l’immagine di Berlin, di un Marx “senza alcun nuovo ideale etico o sociale da offrire all’umanità”, è innegabile che il pensiero marxiano sia nato da correnti ideologiche già esistenti: la filosofia hegeliana, il socialismo utopistico francese e l’economia politica classica. Né Hegel, né Fourier o Saint-Simon e nemmeno Smith o Ricardo furono in grado con i loro “sistemi”, presi singolarmente, di spiegare appieno la società del XIX secolo. Studiando le teorie di questi pensatori, Marx e Engels elaborarono un’analisi della storia applicabile ad ogni società, anche ad un paese sui generis come gli Stati Uniti.
Marx nacque in Renania, in una Germania oppressa dalla Restaurazione ma non immune dall’influsso dell’Illuminismo francese. Gli anni giovanili sono contrassegnati dall’influenza di due figure, quella paterna che trasmise al giovane Karl la passione per filosofi come Voltaire, Kant o Leibniz e quella di un aristocratico liberale e padre della sua futura moglie, F. L. von Westphalen, che amava la letteratura classica, in particolar modo Omero, Dante e Shakespeare. Da una parte l’Illuminismo, dall’altra il Romanticismo furono due grosse componenti che segnarono la maturazione filosofica di Marx già in precoce età.
Il contatto con l’idealismo hegeliano, che seppur capovolto rimane la base teorica del pensiero marxiano, avvenne alla fine degli anni ’30 nell’università di Berlino, dove lo stesso Hegel aveva insegnato fino al 1831. Il clima culturale qui presente fu di grande stimolo per Marx, che ben presto si convertì all’hegelismo partecipando alle riunioni del Doktorclub, il circolo dei Giovani Hegeliani. “La Berlino filosofica” era all’epoca divisa in due tronconi, da una parte la destra hegeliana conservatrice, che aderiva alla prima parte dell’aforisma di Hegel, “il reale è razionale”; dall’altra la sinistra che considerava "reale" solamente ciò che è razionale, legittimando quindi ogni forma di critica alla società, come forza dialettica da cui scaturisce il progresso [Karl Marx, Berlin, pp.71-72]. Proprio il processo dialettico è uno dei cardini che Marx estrapola dall’idealismo hegeliano per elaborarlo all’interno della sua concezione materialistica della storia, traducendolo in termini sociali. Come lo Spirito si evolve attraverso la tensione di forze opposte, così la storia dell’uomo procede per mezzo del conflitto fra ceti sociali. Tuttavia, mentre in Hegel il primo principio è lo Spirito e la società ne è solo il predicato [Marx, Wheen, pp.49], in Marx avviene il contrario. È la base economica che in primo luogo determina la sovrastruttura: “la produzione di idee, delle rappresentazioni della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini” [Storia del Marxismo vol.1, Einaudi, pp.216]. I principi dello svolgimento storico si possono trovare laddove è possibile l’indagine scientifica, in primo luogo nella società civile. Il metodo scientifico usato da Marx è sicuramente derivato dai pensatori del ‘700, ma la forma resta hegeliana [Karl Marx, Berlin, pp.130,67]. Altro elemento che Marx riprende da Hegel è l’idea della storia, intesa non più come una semplice successione temporale di eventi da studiare con rapporti scientifici di causalità , come era stato per il filosofi del ‘700, ma come uno sviluppo organico inserito in uno schema unitario, in cui ogni epoca è legata al passato e al futuro [Karl Marx, Berlin, pp.56]. In Marx è ben presente questo concetto di storia come evoluzione, ma a differenza di Hegel, ciò che muta non è la coscienza dello Spirito ma il modo di produzione in cui è organizzata la società (asiatico, classico-antico, feudale, borghese-moderno). I cambiamenti da una fase all’altra sono dettati non da un’Idea astratta, ma dal conflitto dialettico tra le forze produttive che sono interne e comuni agli stadi di sviluppo [Storia del Marxismo vol.1, Einaudi, pp.216]. La società del XIX secolo è caratterizzata dalla lotta fra la borghesia e il proletariato, da cui nascerà la società comunista, che dovrebbe essere per Marx l’ultimo conflitto, in quanto sarà estinto il motivo stesso della tensione: la classe sociale [Karl Marx, Berlin, pp.158]. È da precisare che la successione degli stadi di sviluppo, indicata da Marx per la storia europea, non è una sequenza meccanica applicabile ad ogni società; se pur l’eliminazione delle classi rimane il traguardo finale, ci possono essere modi e tempi diversi. È il caso questo degli Stati Uniti d’America, che agli occhi di Marx presentavano un capitalismo più puro, perché libero da retaggi feudali, ma pur sempre tendente all’accumulo di capitale nelle mani dei proprietari dei mezzi di produzione, attraverso il lavoro operaio associato. Inoltre la repubblica americana aveva raggiunto lo stadio borghese-moderno, che prevede il lavoro salariato, anche se al suo interno permaneva una forma di produzione precapitalistica: lo schiavismo. Marx vedeva negli Stati Uniti una sfida al suo pensiero, sicuro che avrebbero seguito le tendenze indicate nelle sue teorie.
L’abbandono di Hegel avviene nel 1843 dopo la lettura del libro di Feuerbach, “Tesi sulla filosofia hegeliana”, nel quale veniva criticato lo Spirito come una semplice riproposizione del Dio cristiano. Il materialismo e la critica alla religione del filosofo tedesco, aiutarono Marx a liberarsi della nebulosità delle teorie hegeliane e influenzarono la sua nuova concezione della storia. Laureato in filosofia all’università di Jena e ormai inserito nel mondo giornalistico, Marx si trasferisce con la moglie a Parigi, dove il suo pensiero viene a maturazione attraverso il contatto con il socialismo francese, l’economia politica classica e l’incontro determinante con Engels.
Parigi all’epoca aveva un fermento culturale senza paragoni e Marx si trovò pienamente coinvolto in esso. Molte delle idee marxiane erano già presenti in altri pensatori socialisti dell’epoca: Saint-Simon aveva già parlato di processo storico come conflitto fra classi economiche, Sisismondi di lotta di classe causata dall’abbondanza di ricchezza, Owen del potere dell’educazione, Fourier aveva già attaccato la libera concorrenza; teorie brillanti, che però non trovavano la loro giusta posizione in un programma organico che criticasse l’intero sistema sociale. Le critiche degli utopisti erano basate sulla distribuzione dei beni e non sul modo di produzione, che per Marx era invece la base della stessa società. Nel Manifesto del Partito Comunista vengono distinti vari tipi di socialismo, ma l’attacco più duro è rivolto contro quello utopistico che proponeva come progetto di riforma un’idealizzazione della società borghese priva degli aspetti negativi [Karl Marx, Berlin, pp.96]: “Certo, gli inventori di quei sistemi vedono l’antagonismo delle classi [...] nel seno della stessa società dominante. Ma non vedono alcuna attività storica autonoma dalla parte del proletariato [...].” [Manifesto del Partito Comunista, Mondadori, pp.231]
Dal 1844 il “dottor terrorista rosso” iniziò ad occuparsi della struttura della produzione capitalistica, cercando le dinamiche che avrebbero portato al suo declino. Per prima cosa rivolse la sua attenzione allo studio dell’economia classica, che a differenza del socialismo francese aveva cercato di spiegare il funzionamento del sistema, invece di criticarlo. Da un lato trovò interessante la visione pratica e scientifica di autori come Smith o Ricardo, dall’altro riscontrò in loro la mancanza di senso storico. Il loro sbaglio era quello di credere che le leggi economiche alla base della società fossero eterne, senza tempo; ciò per Marx era inconcepibile, perchè riteneva il capitalismo come “un fenomeno storicamente mutevole e transitorio, come una grande nube apparsa all’orizzonte storico, che oscura il cielo ma è destinata a passare e a disperdersi”, così come le sue leggi [Il Capitale, E. Riuniti, pp.X]. Tuttavia i loro studi furono di grande ispirazione per l’evolversi del pensiero marxiano. Marx prese infatti spunto da alcuni loro concetti, per formulare le leggi del modo di produzione capitalistico; uno di questi è l’idea del profitto come conseguenza del lavoro operaio, che sta alla base della teoria del plusvalore. Tali leggi non hanno però un valore assoluto, come invece è stato spesso fatto credere, perché sono collegate a fattori empirici, che noi non possiamo controllare. La tendenza alla formazione di sindacati fra i lavoratori, che Marx riscontra nelle fabbriche europee, non coincide ad esempio con quella che è storia del movimento operaio negli Stati Uniti.
Per avere un riscontro pratico delle sue dottrine, Marx aveva bisogno di confrontarsi con realtà capitalistiche concrete. Nel 1844 vi è il primo incontro Friedich Engels, figlio di un industriale del Lancashire, ma già orientato verso le teorie comuniste. Oltre che un fidato collaboratore, divenne presto per Marx, un carissimo amico. Culla della Rivoluzione industriale, l’Inghilterra all’epoca era lo stato più avanzato d’Europa dal punto di vista industriale e Engels ne conosceva bene le dinamiche economiche e sociali, tanto che nel 1845 scrive la sua prima opera importante, “La situazione della classe operaia in Inghilterra”. Il capitalismo inglese divenne per i due pensatori il modello su cui basare i loro studi e dal quale partire per analizzare i diversi stati moderni dell’Ottocento. Marx e Engels cercarono di trovare delle tendenze generali che portassero tutti i paesi ad adottare una forma di capitalismo avanzato come quello inglese. Quando una società avesse raggiunto il suo massimo grado di evoluzione, solo allora le contraddizioni interne sarebbero state così forti da far collassare il sistema stesso. Fu così per il sistema feudale e doveva essere così anche per quello capitalistico. Per questo Marx e Engels vedevano in modo positivo il progresso e l’innovazione tecnologica statunitense, che andava a scapito dell’economia inglese. Secondo le loro teorie, la nascita di una società comunista in un paese così sarebbe stata migliore e sicuramente più facile rispetto all’Europa. Anche se Marx non scrisse alcun testo sulla problematica degli Stati Uniti rispetto alla sua concezione della storia, resta un problema ben presente, quasi una sfida alle sue teorie. Tale tematica si può però ritrovare negli articoli che i due pensatori scrivevano per il giornale americano di stampo il progressista, The New York Tribune, collaborazione decennale che si chiude nel 1862 a causa della guerra civile. L’attività giornalistica di Marx e Engels fu molto intensa nel periodo londinese, anche perché rimaneva l’unica entrata economica della famiglia Marx, naturalmente oltre alla beneficenza di Engels. Londra fu per i due comunisti un’osservatorio importante per cercare possibili momenti di crisi del capitalismo. Sono questi gli anni in cui viene formata la I Internazionale e in cui esce il primo frammento di quella che avrebbe dovuto essere l’opera monumentale di Marx: il Capitale (1867).
Marx morì nel 1883 ma le sue teorie avrebbero avuto una vita ben più lunga, anche se spesso furono travisate e adattate alle situazioni. A ripresa dell’originalità del suo pensiero, resta la conferma storica degli sviluppi attuali di una globalizzazione mondiale del capitalismo, di cui gli Stati Uniti d’America sono i principali fautori: “Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. […]
Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. […]
Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani.” [Il Manifesto del Partito Comunista, Mondatori, pp.104-105].