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Pata de perro

A Cocorna, 30 maggio 2009

— Inviato da teospeleo @ 04:37

L'automezzo è in procinto di partire.

Suona ripetutamente il clacson, per chiamare l'attenzione dei ritardatari.

Un'ondata di fumo nero impregna l'aire.

Fortissimo odore misto a gasolio.

Un'accelerata e poi  gli ingranaggi pesantemente si muovono.

Chissà verso quale destino.

Nel villaggio di Cocornà continua la vita cittadina.

Sono le due di pomeriggio di un assolato sabato colombiano.

La voglia di lavorare svanisce e già il pensiero vola alla domenica di riposo.

Aspetto che Cristina termini la sua reunione. Aspetto ancora.

Le lancette dell'orologio seguono imperterrite il loro moto.

Segnano un tempo inesorabile,

che lascia spazio ai ricordi per poi portarseli via.

Lontani, là da dove sono venuti.

Cerco una rotta per inseguirli, dentro quest'oceano senza fine.

Al buio, però, non si può proseguire la navigazione.

Spengo i motori, getto l'ancora e continuo ad aspettare. 


Un mito che si chiama America

— Inviato da teospeleo @ 08:22

Fin dalla sua scoperta, il Nuovo Mondo ha sempre suscitato, nel bene nel male, un fortissimo richiamo nei confronti del Vecchio Continente. Forse non è del tutto esatto pensare che “dall’avvento del Cristianesimo, nessun avvenimento ha portato nel pensiero europeo un cambiamento radicale quanto la scoperta dell’America» [America immaginata, pp.21], ma è lecito ritenere che la cultura europea sia stata sicuramente influenzata da questo fatto e in un qualche modo anche cambiata. La visione del Nuovo Continente è mutata nei secoli, alternando immagini idilliache ad altre più cupe o disdegnose. “Il gioco europeo consistente nel deplorare, lusingare o celebrare l’America” [America Immaginata, pp.22] deve la sua altalena a diversi fattori, quali quelli politici e sociali o culturali. Come ha fatto notare C. Vann Woodward, autore del libro “America Immaginata”, l’opinione degli europei non ci rivela tanto la vera fisionomia della società americana, anche perché tali pareri sono spesso falsati dall’ambito culturale in cui si formano [America Immaginata, pp.20], ma ci spinge ad una riflessione più critica sulla nostra cultura europea, proprio analizzando le caratteristiche del Nuovo Continente. Molti hanno scritto dell’America, chi libri, chi opuscoli, chi articoli di giornali, chi semplici opinioni. Molti l’hanno visitata e qualcuno vi è anche abitato per un certo periodo. Tuttavia il fatto strano è che “le cose più notevoli e più memorabili” siano uscite da persone che non hanno mai attraversato l’oceano, fra i quali Shakespeare, Rousseau, Goethe, Hegel o Marx [America Immaginata, pp.17].

Sommarie condanne e [...] fumose esaltazioni” [America Immaginata, pp.31] caratterizzano già il pensiero europeo nei secoli successivi alla scoperta dell’America, fino ad arrivare all’età dell’Illuminismo, dove l’altezzosità si fa sentire più sempre più forte. Il dibattito verteva in quegli anni su questioni puramente scientifiche, come la fauna, la flora o la geologia, o su quelle antropologiche, riguardanti gli aborigeni. Non c’era alcun accenno alla società e ai valori che si stavano affermando nel Nuovo Mondo. Saranno invece questi i temi delle dispute ottocentesche. Mi sembrano curiose le opinioni di due scienziati del ‘700, Buffon e Pauw, che mostrano appieno la presuntuosità europea settecentesca: le terre americane erano per Buffon “cariche di vapori umidi e nocivi”, le quali potevano “nutrire solo uomini freddi e animali fiacchi” o “insetti, rettili e tutti quegli animali che sguazzano nella melma”. Ancor più denigratorio è Pauw, che ritiene il continente americano ostile all’insediamento umano, poiché “tutto ciò che contiene è degenerato e mostruoso”; la scoperta dell’America è stata per lui “la più grande di tutte le sventure che mai abbiano colpito il genere umano” [America Immaginata, pp.32].

A questa visione degenerativa si affiancò ben presto quella romantica di un’America intesa come miraggio che trovò la piena espressione negli ultimi anni del XVIII secolo. Nata nella Francia di Rousseau, tale immagine è ben rispecchiata da una frase di Turgot riguardante gli americani, risalente al 1778: “Sono la speranza della razza umana, dovrebbero diventarne il modello” [America Immaginata, pp.43]. Era l’oppressione della conservazione europea che faceva risaltare invece la libertà e la felicità della neonata repubblica americana. Due fatti contribuirono però ad offuscare l’interesse francese per la democrazia americana: la Rivoluzione del 1789, che dava ai francesi un nuovo miraggio su cui sperare, e la “quasi guerra” non dichiarata fra Stati Uniti e Francia del 1798 [America Immaginata, pp.45,46; Le Origini degli Stati Uniti, pp.355] Con il tramonto del miraggio si perse l’immagine di un’America concepita come colonia greca, figlia del Vecchio Continente. In una lettera a Jefferson, Jean B. Say dice: “Gli Stati Uniti sono i figli dell’Europa [...] figli più grandi dei loro padri” [America Immaginata. pp.91]. Ben presto però, questa prospettiva classica lasciò il posto a quella di un’America ancora troppo giovane e immatura, che aveva voluto staccarsi dalla propria madrepatria. Tale teoria avrà lunga vita nei secoli successivi.

Da una parte quella razionale, dall’altra quella sentimentale, sono visioni che mancano di un’adeguata moderazione; una troppo critica, l’altra troppo acritica, non tengono conto di quello che è realmente il Nuovo Continente. Vann Woodward ha indicato con la metafora del “grande schermo dell’Occidente”, questo processo di distorsione, attuato non dai protagonisti ma dagli stessi spettatori, per il quale l’America è vista dagli europei attraverso le immagini che essi stessi le vogliono dare [America Immaginata, pp.48].

Sempre influenzato da questo schermo, l’Ottocento è un secolo dominato da “registi” conservatori: “L’America è il paese della disillusione e della delusione, in politica, letteratura e arte, e nel suo paesaggio, nelle sue città, nei suoi abitanti. Avendo una certa esperienza di tutti i paesi del mondo civilizzato, non riesco a pensarne neppure uno, eccetto la Russia, in cui non preferirei risiedere [...]” [America immaginata, pp.51]. Come risulta dalle parole di Griffin, l’America diviene il paese della mediocrità, dove regnano l’uniformità e il conformismo. Per gli europei, gli yankee non sarebbero mai stati in grado di produrre nel campo del sapere cose elevate, dalla politica fino all’architettura, dalla scienza alla letteratura. Questo era causato proprio dalla democrazia che, perseguendo l’ideale dell’uguaglianza, avrebbe livellato ogni forma di cultura non materiale. Come non era possibile distinguere servi da padroni, così era difficile trovare un letterato di spicco fra la massa degli scrittori. Il materialismo tuttavia e soprattutto l’attaccamento verso il denaro restano l’accusa più frequente che si può trovare nei confronti degli americani, condanna che raggiunge il suo apice durante il XX secolo. Lo stesso Tocqueville, nel suo libro “La democrazia in America”, aveva sottolineato che gli americani “erano dominati dall’impulso alla ricerca della ricchezza”, unico modo di ascesa sociale in una democrazia che aveva eliminato ogni stratificazione sulla base della nascita [America Immaginata, pp.71]. Così per molti critici, la ricerca della felicità, che tanto era stata declamata nella Dichiarazione di Indipendenza, diveniva ora soltanto la ricerca del denaro e del proprio profitto. Giustamente Vann Woodward scrive che “la misurazione della felicità di un altro popolo è necessariamente un giudizio soggettivo” [America Immaginata, pp.86]. Tuttavia come controparte non mancano pareri più benevoli provenienti dai settori più progressisti del mondo intellettuale europeo. Le immagini che questi registi proiettavano sul “grande schermo” erano spesso volutamente opposte a quelle dei conservatori e mostravano la benevolenza e l’entusiasmo verso la società americana. Non è un caso che i principi della Costituzione Americana influenzassero le costituzioni europee, che si stavano formando a metà del XIX secolo, soprattutto in Francia e in Germania. Nella sinistra è il movimento operaio che vede con maggior entusiasmo le istituzioni americane, almeno fino alla fine del XIX secolo, quando il capitalismo americano divenne il bersaglio delle critiche marxiste. Vi è infatti a fine secolo uno scambio di parti fra destra e sinistra; la prima vede nell’imperialismo e nella produttività d’oltreoceano fattori ammirevoli, la seconda invece condanna duramente la corsa al guadagno personale, la concorrenza dilagante e il relativo sfruttamento del lavoro umano, che erano divenuti i valori principali della società americana. È proprio in questo periodo che torna in auge la metafora degli Stati Uniti come “Nuova Roma”, immagine che aveva avuto breve vita durante i primi anni della repubblica. Da una parte c’era chi vedeva in questo “un futuro [...] gravido di grandiosi destini” [America Immaginata, pp.101], dall’altra chi profetizzava il declino politico e morale del nuovo impero. Negli stessi anni nacque l’immagine dell’America come “terra promessa per il socialismo”, immagine che deve la sua eredità alle opere di Marx e Engels: poiché gli Stati Uniti avevano superato economicamente la Gran Bretagna erano i primi candidati a far esplodere le contraddizioni interne al capitalismo, che avrebbero portato alla rovina dell’intero sistema. Tali opinioni presero piede nell’ambito del socialismo tedesco, da esponenti come Kautsky o Liebknecht, ma ben presto furono offuscate dalla Rivoluzione russa del 1917, che in un qualche senso contraddiceva le teorie marxiane.

Proprio la Russia era l’altro paese che agli occhi degli europei sarebbe potuto diventare un pericolo. Molti già a metà ‘800 prevedevano uno scontro frontale fra le due potenze, cosa che avrebbe messo il Vecchio Continente in secondo piano: “Le alternative sono schierate [...], la Russia alla testa dell’una, gli Stati Uniti dell’altra. [...] La contesa terminerà con la caduta dell’una e la vittoria dell’altra.” [America Immaginata, pp.112]. Dopo un periodo di armonia che termina nella seconda metà del XIX secolo, i due paesi divennero ben presto simboli di ideologie diverse, che l’Europa doveva accettare o rifiutare. Così nelle parole di Tom Mann, laburista britannico: “se rifiutassimo di camminare verso il comunismo, l’alternativa sarebbe l’americanizzazione, con tutto quello che comporta” [America Immaginata, pp.115].

L’inizio del XX secolo si apre così all’insegna di un’America come terra del futuro, un futuro che prese il nome di “americanizzazione” [America Immaginata, pp.105]. Tale processo ora non era più visto come speranza, ma come qualcosa da respingere. Divenne però sempre più inarrestabile, man mano che gli Stati Uniti entravano negli affari economici e politici dell’Europa. Alcuni autori come Paolo Viola hanno visto nella Seconda Guerra Mondiale l’apice del “suicidio dell’Europa”, che oltre alla perdita di milioni dei suoi abitanti, dovette rinunciare anche al suo primato internazionale a scapito di altre potenze.

Tale processo perdura ancora oggi in un mondo che sembra sempre più uguale, che non possiede più confini spaziali, dove le mode attraversano gli oceani più velocemente di un aereo. Credo che però ne esista un altro, dove i vestiti nuovi non rendono felici i bambini e dove, pur esistendo egualmente la pubblicità della Coca Cola, nessuno l’ha mai assaggiata. Penso che in questo “altro mondo” la “democrazia americana” non sia così palese come lo era per Tocqueville nel XIX secolo e che non è certo la presunta libertà giovanile o la falsa possibilità di ogni cittadino all’ascesa sociale, a rendere un popolo più democratico. 


Elementi di una biografia marxiana

— Inviato da teospeleo @ 08:18

Le classi dominanti tremino al pensiero d’una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!” [Manifesto del Partito Comunista, Mondadori, pp.244]

L’Europa borghese tremò al suono di queste parole, pubblicate a Londra nel febbraio del 1848. Di lì a poco scoppiò la rivolta, prima a Parigi e poi in tutto il continente. Sembrava che le teorie espresse nel pamphlet di Marx e Engels potessero finalmente prendere vita, ma nel giro di qualche mese la rivoluzione fu soffocata. Accusati di aver attentato all’equilibrio politico europeo, i due autori furono costretti all'esilio.

Raggiunta la piena maturità del suo pensiero, proprio dalla Gran Bretagna,Marx colse l’occasione per avvalorare le sue ipotesi, servendosi dei dati concreti estratti dallo studio dell’economia inglese; a Londra ebbe modo di osservare più da vicino l’evoluzione di due paesi, che avrebbero avuto un grosso peso nel XX secolo: la Russia e gli Stati Uniti.

Autori come I. Berlin hanno visto nell’opera di Marx un grande affresco incompiuto, che ha trovato proprio nel Manifesto il suo momento di unificazione. Le sue opere, dice Berlin, non seguono una logica unitaria e non sono nemmeno originali dal punto di vista filosofico, in quanto riprendono teorie già espresse in precedenza; lo stesso Marx si definì “una macchina, condannata a trangugiare i libri per buttarli fuori in forma diversa sul letamaio della storia”.[Karl Marx, Berlin, pp.XVI,XX] La sua abilità fu invece quella di riuscire a dare una sintesi critica a tutto il materiale esistente nella cultura ottocentesca. Pur non condividendo l’immagine di Berlin, di un Marx “senza alcun nuovo ideale etico o sociale da offrire all’umanità”, è innegabile che il pensiero marxiano sia nato da correnti ideologiche già esistenti: la filosofia hegeliana, il socialismo utopistico francese e l’economia politica classica. Né Hegel, né Fourier o Saint-Simon e nemmeno Smith o Ricardo furono in grado con i loro “sistemi”, presi singolarmente, di spiegare appieno la società del XIX secolo. Studiando le teorie di questi pensatori, Marx e Engels elaborarono un’analisi della storia applicabile ad ogni società, anche ad un paese sui generis come gli Stati Uniti.

Marx nacque in Renania, in una Germania oppressa dalla Restaurazione ma non immune dall’influsso dell’Illuminismo francese. Gli anni giovanili sono contrassegnati dall’influenza di due figure, quella paterna che trasmise al giovane Karl la passione per filosofi come Voltaire, Kant o Leibniz e quella di un aristocratico liberale e padre della sua futura moglie, F. L. von Westphalen, che amava la letteratura classica, in particolar modo Omero, Dante e Shakespeare. Da una parte l’Illuminismo, dall’altra il Romanticismo furono due grosse componenti che segnarono la maturazione filosofica di Marx già in precoce età.

Il contatto con l’idealismo hegeliano, che seppur capovolto rimane la base teorica del pensiero marxiano, avvenne alla fine degli anni ’30 nell’università di Berlino, dove lo stesso Hegel aveva insegnato fino al 1831. Il clima culturale qui presente fu di grande stimolo per Marx, che ben presto si convertì all’hegelismo partecipando alle riunioni del Doktorclub, il circolo dei Giovani Hegeliani. “La Berlino filosofica” era all’epoca divisa in due tronconi, da una parte la destra hegeliana conservatrice, che aderiva alla prima parte dell’aforisma di Hegel, “il reale è razionale”; dall’altra la sinistra che considerava "reale" solamente ciò che è razionale, legittimando quindi ogni forma di critica alla società, come forza dialettica da cui scaturisce il progresso [Karl Marx, Berlin, pp.71-72]. Proprio il processo dialettico è uno dei cardini che Marx estrapola dall’idealismo hegeliano per elaborarlo all’interno della sua concezione materialistica della storia, traducendolo in termini sociali. Come lo Spirito si evolve attraverso la tensione di forze opposte, così la storia dell’uomo procede per mezzo del conflitto fra ceti sociali. Tuttavia, mentre in Hegel il primo principio è lo Spirito e la società ne è solo il predicato [Marx, Wheen, pp.49], in Marx avviene il contrario. È la base economica che in primo luogo determina la sovrastruttura: “la produzione di idee, delle rappresentazioni della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all’attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini” [Storia del Marxismo vol.1, Einaudi, pp.216]. I principi dello svolgimento storico si possono trovare laddove è possibile l’indagine scientifica, in primo luogo nella società civile. Il metodo scientifico usato da Marx è sicuramente derivato dai pensatori del ‘700, ma la forma resta hegeliana [Karl Marx, Berlin, pp.130,67]. Altro elemento che Marx riprende da Hegel è l’idea della storia, intesa non più come una semplice successione temporale di eventi da studiare con rapporti scientifici di causalità , come era stato per il filosofi del ‘700, ma come uno sviluppo organico inserito in uno schema unitario, in cui ogni epoca è legata al passato e al futuro [Karl Marx, Berlin, pp.56]. In Marx è ben presente questo concetto di storia come evoluzione, ma a differenza di Hegel, ciò che muta non è la coscienza dello Spirito ma il modo di produzione in cui è organizzata la società (asiatico, classico-antico, feudale, borghese-moderno). I cambiamenti da una fase all’altra sono dettati non da un’Idea astratta, ma dal conflitto dialettico tra le forze produttive che sono interne e comuni agli stadi di sviluppo [Storia del Marxismo vol.1, Einaudi, pp.216]. La società del XIX secolo è caratterizzata dalla lotta fra la borghesia e il proletariato, da cui nascerà la società comunista, che dovrebbe essere per Marx l’ultimo conflitto, in quanto sarà estinto il motivo stesso della tensione: la classe sociale [Karl Marx, Berlin, pp.158]. È da precisare che la successione degli stadi di sviluppo, indicata da Marx per la storia europea, non è una sequenza meccanica applicabile ad ogni società; se pur l’eliminazione delle classi rimane il traguardo finale, ci possono essere modi e tempi diversi. È il caso questo degli Stati Uniti d’America, che agli occhi di Marx presentavano un capitalismo più puro, perché libero da retaggi feudali, ma pur sempre tendente all’accumulo di capitale nelle mani dei proprietari dei mezzi di produzione, attraverso il lavoro operaio associato. Inoltre la repubblica americana aveva raggiunto lo stadio borghese-moderno, che prevede il lavoro salariato, anche se al suo interno permaneva una forma di produzione precapitalistica: lo schiavismo. Marx vedeva negli Stati Uniti una sfida al suo pensiero, sicuro che avrebbero seguito le tendenze indicate nelle sue teorie.

L’abbandono di Hegel avviene nel 1843 dopo la lettura del libro di Feuerbach, “Tesi sulla filosofia hegeliana”, nel quale veniva criticato lo Spirito come una semplice riproposizione del Dio cristiano. Il materialismo e la critica alla religione del filosofo tedesco, aiutarono Marx a liberarsi della nebulosità delle teorie hegeliane e influenzarono la sua nuova concezione della storia. Laureato in filosofia all’università di Jena e ormai inserito nel mondo giornalistico, Marx si trasferisce con la moglie a Parigi, dove il suo pensiero viene a maturazione attraverso il contatto con il socialismo francese, l’economia politica classica e l’incontro determinante con Engels.

Parigi all’epoca aveva un fermento culturale senza paragoni e Marx si trovò pienamente coinvolto in esso. Molte delle idee marxiane erano già presenti in altri pensatori socialisti dell’epoca: Saint-Simon aveva già parlato di processo storico come conflitto fra classi economiche, Sisismondi di lotta di classe causata dall’abbondanza di ricchezza, Owen del potere dell’educazione, Fourier aveva già attaccato la libera concorrenza; teorie brillanti, che però non trovavano la loro giusta posizione in un programma organico che criticasse l’intero sistema sociale. Le critiche degli utopisti erano basate sulla distribuzione dei beni e non sul modo di produzione, che per Marx era invece la base della stessa società. Nel Manifesto del Partito Comunista vengono distinti vari tipi di socialismo, ma l’attacco più duro è rivolto contro quello utopistico che proponeva come progetto di riforma un’idealizzazione della società borghese priva degli aspetti negativi [Karl Marx, Berlin, pp.96]: “Certo, gli inventori di quei sistemi vedono l’antagonismo delle classi [...] nel seno della stessa società dominante. Ma non vedono alcuna attività storica autonoma dalla parte del proletariato [...].” [Manifesto del Partito Comunista, Mondadori, pp.231]

Dal 1844 il “dottor terrorista rosso” iniziò ad occuparsi della struttura della produzione capitalistica, cercando le dinamiche che avrebbero portato al suo declino. Per prima cosa rivolse la sua attenzione allo studio dell’economia classica, che a differenza del socialismo francese aveva cercato di spiegare il funzionamento del sistema, invece di criticarlo. Da un lato trovò interessante la visione pratica e scientifica di autori come Smith o Ricardo, dall’altro riscontrò in loro la mancanza di senso storico. Il loro sbaglio era quello di credere che le leggi economiche alla base della società fossero eterne, senza tempo; ciò per Marx era inconcepibile, perchè riteneva il capitalismo come “un fenomeno storicamente mutevole e transitorio, come una grande nube apparsa all’orizzonte storico, che oscura il cielo ma è destinata a passare e a disperdersi”, così come le sue leggi [Il Capitale, E. Riuniti, pp.X]. Tuttavia i loro studi furono di grande ispirazione per l’evolversi del pensiero marxiano. Marx prese infatti spunto da alcuni loro concetti, per formulare le leggi del modo di produzione capitalistico; uno di questi è l’idea del profitto come conseguenza del lavoro operaio, che sta alla base della teoria del plusvalore. Tali leggi non hanno però un valore assoluto, come invece è stato spesso fatto credere, perché sono collegate a fattori empirici, che noi non possiamo controllare. La tendenza alla formazione di sindacati fra i lavoratori, che Marx riscontra nelle fabbriche europee, non coincide ad esempio con quella che è storia del movimento operaio negli Stati Uniti.

Per avere un riscontro pratico delle sue dottrine, Marx aveva bisogno di confrontarsi con realtà capitalistiche concrete. Nel 1844 vi è il primo incontro Friedich Engels, figlio di un industriale del Lancashire, ma già orientato verso le teorie comuniste. Oltre che un fidato collaboratore, divenne presto per Marx, un carissimo amico. Culla della Rivoluzione industriale, l’Inghilterra all’epoca era lo stato più avanzato d’Europa dal punto di vista industriale e Engels ne conosceva bene le dinamiche economiche e sociali, tanto che nel 1845 scrive la sua prima opera importante, “La situazione della classe operaia in Inghilterra”. Il capitalismo inglese divenne per i due pensatori il modello su cui basare i loro studi e dal quale partire per analizzare i diversi stati moderni dell’Ottocento. Marx e Engels cercarono di trovare delle tendenze generali che portassero tutti i paesi ad adottare una forma di capitalismo avanzato come quello inglese. Quando una società avesse raggiunto il suo massimo grado di evoluzione, solo allora le contraddizioni interne sarebbero state così forti da far collassare il sistema stesso. Fu così per il sistema feudale e doveva essere così anche per quello capitalistico. Per questo Marx e Engels vedevano in modo positivo il progresso e l’innovazione tecnologica statunitense, che andava a scapito dell’economia inglese. Secondo le loro teorie, la nascita di una società comunista in un paese così sarebbe stata migliore e sicuramente più facile rispetto all’Europa. Anche se Marx non scrisse alcun testo sulla problematica degli Stati Uniti rispetto alla sua concezione della storia, resta un problema ben presente, quasi una sfida alle sue teorie. Tale tematica si può però ritrovare negli articoli che i due pensatori scrivevano per il giornale americano di stampo il progressista, The New York Tribune, collaborazione decennale che si chiude nel 1862 a causa della guerra civile. L’attività giornalistica di Marx e Engels fu molto intensa nel periodo londinese, anche perché rimaneva l’unica entrata economica della famiglia Marx, naturalmente oltre alla beneficenza di Engels. Londra fu per i due comunisti un’osservatorio importante per cercare possibili momenti di crisi del capitalismo. Sono questi gli anni in cui viene formata la I Internazionale e in cui esce il primo frammento di quella che avrebbe dovuto essere l’opera monumentale di Marx: il Capitale (1867).

Marx morì nel 1883 ma le sue teorie avrebbero avuto una vita ben più lunga, anche se spesso furono travisate e adattate alle situazioni. A ripresa dell’originalità del suo pensiero, resta la conferma storica degli sviluppi attuali di una globalizzazione mondiale del capitalismo, di cui gli Stati Uniti d’America sono i principali fautori: “Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. […]

Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. […]

Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani.” [Il Manifesto del Partito Comunista, Mondatori, pp.104-105].


Il diritto dei popoli

— Inviato da teospeleo @ 08:12

“Noi viviamo tempi di grandi speranze, ma anche di profonde inquietudini; tempi pieni di conflitti e di contraddizioni; tempi in cui le lotte di liberazione hanno fatto insorgere i popoli del mondo contro le strutture nazionali e internazionali dell'imperialismo e sono riusciti a rovesciare i sistemi coloniali. Ma questi sono anche tempi di frustrazioni e di sconfitte, in cui nuove forme di imperialismo si manifestano per opprimere e sfruttare i popoli. L'imperialismo, in forza di meccanismi e di interventi perfidi o brutali, con la complicità di governi spesso da esso stesso imposti, continua a dominare una parte del mondo.”

In un’epoca storica travagliata e densa di conflitti regionali, il preambolo della Carta di Algeri, sorta su iniziativa di Lelio Basso il 4 luglio 1976, risuona ancora attuale e richiama alla mente la dichiarazione che duecento anni addietro aveva sancito l’indipendenza del popolo americano dalla madrepatria inglese. La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli non possiede alcun carattere giuridicamente vincolante – in quanto priva di matrice intergovernativa –, ma il suo valore storico e politico continua ad essere di grande importanza, in quanto anticipatrice di alcuni concetti e principi che sono stati poi acquisiti in modo parziale dal Diritto internazionale: il diritto all’esistenza, all’autodeterminazione, alle risorse, alla cultura e all'ambiente.

Risulta chiaro che il riconoscimento di questi diritti conferisce ai popoli una propria soggettività, ben distinta da quella degli stati, così come sancisce la piena legittimità di intraprendere un proprio percorso di sviluppo.

Altri strumenti di diritto internazionale avevano già preso in considerazione i diritti dei popoli, concentrando l’attenzione su tre diritti in modo particolare:

  • il diritto all’autodeterminazione dei popoli, riconosciuto nell’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite, sancito successivamente nei Patti internazionali sui diritti civili e politici sempre nell’art. 1 e ribadito nell’Atto finale di Helsinki (1975) al principio VII sull’eguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli;

  • il diritto all’esistenza, così come indicato nella Convenzione internazionale sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (1948);

  • il diritto alla sovranità sulle ricchezze e le risorse naturali sempre nell’art. 1 comma II dei Patti internazionali citati.

Nella Carta Africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (1981), oltre ai diritti già citati vengono riconosciti ai popoli per la prima volta i diritti erroneamente definiti di “terza generazione”, per distinguerli dai cicli precedenti che portarono al riconoscimento dei diritti civili, politici, sociali, economici e culturali: il diritto allo sviluppo, alla pace, a un ambiente sano. Nella Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986), adottata dall’Assemblea Generale dell’ONU, vi è il definitivo superamento del tradizionale concetto di sviluppo che aveva orientato la cooperazione internazionale negli anni ’50, ’60 e ’701. Altre dichiarazioni, conferenze e convenzioni di carattere regionale hanno infine ribadito l’importanza della dimensione collettiva del diritto: la Dichiarazione dei doveri fondamentali dei popoli e degli stati asiatici (1983), il Protocollo di San Salvador sull’autodeterminazione e lo sviluppo dei popoli (1988), la Conferenza di Bangkok (1993) sui particolarismi nazionali e la Carta araba dei diritti dell’uomo (1994), per quanto riguarda l’area mediorientale.

Tuttavia la presenza in ambito internazionale di tutte queste dichiarazioni regionali non ha portato al varo di un documento, come quello avanzato da Lelio Basso, che avesse una validità “universale” per tutti i popoli del pianeta. Ora si può discutere sull’esistenza di un diritto universalmente inteso, di cui fra l’altro io non sono un sostenitore, ma è innegabile il fatto che quello dei popoli sia stato il diritto più maltrattato in questo senso, perché non ha ancora avuto un riconoscimento ufficiale da parte delle Nazioni Unite.

Credo che il motivo principale sia la pericolosità che il diritto dei popoli porta necessariamente con sé, tra l’altro già insita nelle parole di Basso riguardanti la legittimità della lotta di liberazione. In molte zone del pianeta il colonialismo e l’imperialismo non sono parole completamente scomparse, ma al contrario, sotto altri nomi, continuano a impedire il libero sviluppo dei popoli. Se sostanzialmente si può considerare terminato il periodo dell’imperialismo politico, quello economico e culturale permangono come forme differenti della medesima volontà di dominazione. Allora quanto pericoloso sarebbe per l’Occidente riconoscere ai popoli una carta di diritti che sancisca la legittimità e soprattutto fornisca gli strumenti giuridici per rifiutare questa nuova ondata di colonizzazione? Dove sta la convenienza di tutto questo?

La società contemporanea vive una forte dialettica tra due fenomeni di vecchia data, che oggi però hanno raggiunto sviluppi mai visti prima: la mondializzazione da una parte e il localismo dall’altra sono processi che tecnicamente possono convivere tra loro, ma le difficoltà di affermare la propria identità all’interno di un mondo globale non sono poche. Parlare di diritti dei popoli significa in un certo modo andare “controcorrente”, laddove invece la comunità internazionale tende sempre più a intraprendere strade comuni dal punto di vista economico, giuridico e forse in futuro anche politico. Il processo di unificazione europea ad esempio, pur avendo mancato l’obiettivo della Costituzione, è sintomatico di questa tensione ad identificarsi all’interno di un sistema di valori comuni. Il pericolo però, soprattutto a livello globale, è quello di omologare tradizioni, usi e costumi, perdendo di vista le peculiarità proprie di ogni popolo. Qui non si tratta di fare del tradizionalismo, ma di riflettere sull’efficacia di un mondo privo di alternative. L’essenza del vivere si riflette proprio nelle diversità e nei differenti modi di interpretare la vita. Appiattire queste singolarità significa uccidere l’idea stessa di uomo. I popoli sono quindi i rappresentanti primi del diritto all’esistenza e non è sufficiente, come si riteneva all’interno della Società delle Nazioni nell’immediato dopoguerra, garantire i diritti della persona per salvaguardare anche quelli collettivi. La personalità di ogni uomo si plasma sul modello sociale di riferimento e quindi il diritto dei popoli è essenziale anche per l’evolversi degli stessi diritti umani.

La riflessione sul diritto dei popoli non rimane confinata a se stessa ma, giocoforza, va a coinvolgere tematiche di più ampio respiro, come il significato del diritto alla diversità in un’epoca che invece sembra correre su binari contrari.

13 settembre ’07: Dichiarazione sui popoli indigeni. Epilogo di ben ventidue anni di dibattiti e negoziati, questa dichiarazione costituisce un passo storico verso il progredire del diritto dei popoli. Grandi assenti continuano ad rimanere potenze come gli Usa, l’Australia e il Canada.

1 M. MASCIA, Le istituzioni e il diritto alla pace dei popoli, in AA.VV., Ristendere i diritti umani, Ed. del Rezzara, Vicenza 1993.


Esuli in casa propria

— Inviato da teospeleo @ 08:05

Noviembre 2005. Chile. Llico.

Santiago del Cile è ormai alle nostre spalle. Oltre ad una capitale affollata e caotica lasciamo dietro di noi tante perplessità sulla sensatezza del nostro proseguire ancora verso sud. Soprattutto Giuliano. Dopo aver riscoperto quella voglia di casa durante la sua permanenza “forzata” alla parrocchia La Reina, sembra aver perso lo smalto da viaggiatore di mondo che lo aveva caratterizzato in tutti questi sette mesi. Maria Renee, la sua nuova fidanzata, ha fatto il resto, tentando in ogni modo di tenerlo a Santiago.

Io invece inizio a rivalutare tanti aspetti del mio vivere quotidiano, tante piccole sfaccettature nascoste che prima non riuscivo a vedere. La lontananza dagli affetti. Dai luoghi fisici a cui sono legati i miei ricordi di adolescente. Dalle montagne di casa nostra, forse prive di quella straordinarietà che si può provare arrivando sotto alle più note vette della Cordigliera, ma sicuramente più mie, più a portata d’uomo. Sento sempre più che il percorso verso Ushuaia non avrà termine nemmeno quando saremo giunti nella città più meridionale del mondo. Forse lì avrà fine il mondo “civilizzato”, ma di certo non la mia ricerca interiore.

Con troppi pensieri saliamo sul treno che in poche ore ci condurrà a Rancagua. Abituato agli spostamenti in autobus, mi sembra quasi fuori luogo percorrere lo spazio latinoamericano sopra ad un convoglio. Esistono pochissime tratte ferroviarie ancora in funzione. Un paio in Perù, ad uso esclusivo del turismo; una in Bolivia che attraversa luoghi senza tempo in direzione del Deserto di Atacama; la nostra, che collega Santiago al sud della regione. Viaggiare in treno è qualcosa che sempre mi ha affascinato fin da piccolo. Più ancora che con altri mezzi, risalta l’idea di attraversare un territorio. Scrutare dietro ad un finestrino ciò che accade al di fuori. Essere spettatori, e non attori, di nuovi mondi. Tuttavia l’America Latina non conosce questo privilegio. Qui il treno è legato ad una logica economica, di dominio sulle risorse naturali ed umane. Durante il XIX secolo le grandi compagnie commerciali disseminarono di binari l’intera regione, con il solo scopo di favorire il proprio profitto e non certo lo spostamento della popolazione. Così, luoghi sperduti sulle Ande o a ridosso della selva amazzonica videro piombare dal nulla i cosiddetti mostri di ferro. Il segnale di una presunta modernizzazione o la conquista che si reiterava nel tempo? In seguito alla decolonizzazione tali strutture andarono in disuso, a causa della mancanza di fondi economici per mantenerle. Oggi è questo ciò che rimane: binari coperti da sterpaglie e ciuffi d’erba. Desolazione e abbandono, niente più.

Dopo un paio d’ore si arriva a destinazione. Il treno ferma la sua corsa e ritorna verso la capitale. Si prosegue verso sud, anche noi alla ricerca di un tempo perduto.


Da Pichilemu, tranquillo paesino di pescatori sull’Oceano Pacifico, una tortuosa strada attraversa l’interno per addentrarsi nelle zone costiere più remote. Decidiamo di percorrere i cinquanta chilometri che ci separano da Llico, a piedi, con il solo ausilio di qualche passaggio in autostop. Vero! In Cile è facilissimo viaggiare a dedo1, come dicono qui. Per lo più sempre gratis. Un po’ dentro ai cassoni dei picks-up, un po’ a piedi sotto ad un sole cocente, arriviamo a Llico per il tardo pomeriggio. Chissà perché nel leggere la guida ero stato così attratto dalla descrizione del luogo. In fin dei conti di strettamente “turistico”, non c’è proprio nulla. Poche case a lato di una strada che conduce al porticciolo, decadente e coperto da gabbiani gridanti. L’oceano che infrange le sue onde contro la nera scogliera. Forse è questo il senso del nostro arrivare qui? Vedere la forza dell’oceano, seduti sulle rocce nere pece, immersi in un luogo desolato, battuto da un vento incessante, dove la popolazione sembra essersi chiusa nelle abitazioni ad aspettare la sera?

Arduo compito trovare una sistemazione per la notte. Non è stagione. Molti alloggiamenti sono chiusi e apriranno porte e balconi di lì a qualche mese, con l’arrivo dell’estate. Qualcosa si trova, ma sempre per prezzi al di là del nostro budget giornaliero. Stanco di cercare, propongo a Giuliano di accamparci con la tenda fuori paese. Ci incamminiamo per la stessa strada da cui eravamo giunti.

Lungo le rive di un fiumiciattolo noto la presenza di tre personaggi alquanto insoliti, che stanno cucinando allegramente della carne alla brace. Pensando ad un possibile spazio per sistemare la tenda, mi avvicino chiedendo loro ospitalità per una notte. Neanche a dirlo. Siamo subito invitati a cena.

Per favorire, Giuliano ed io compriamo due buone bottiglie di vino cileno. Un vino forte, con molto grado, ricavato da piccoli vigneti costantemente sotto alla luce del sole, di cui bastano pochi bicchieri per ubriacarsi. La grigliata che abbiamo modo di gustare è prelibata, degna delle bivaccate con gli amici a cui eravamo abituati in Italia. Si parla, si ride e si scherza fino a tarda sera, finchè uno dei tre cileni decide di andare a casa, dove lo aspettano moglie e figli. Gli altri due, a vedere amici da lungo tempo, proseguono nel versare vino nei nostri bicchieri. Si parla di tutto e di niente. Tuttavia vedo che molte volte il discorso tende a cadere sulla questione politica e così provo ad addentrarmi con le parole nel problema. Generalmente ciò che ho notato fino ad ora è che la gran parte di chi appoggia Pinochet risiede fuori città, nelle campagne o nei villaggi più isolati, dove le politiche populiste del Generale avevano sicuramente più presa sulla gente. Nei grossi centri urbani invece la denuncia è più sentita. Ciononostante sento nelle parole delle due persone con cui stiamo cenando un profondo spirito socialista. Chiedo loro conferma.

Uno di loro è abbastanza giovane, tanto che deve aver vissuto le vicissitudini di quell’epoca quand’era ancora piccolo. L’altro, una quarantina suppergiù, sembra aver sofferto molto durante il periodo della dittatura. Mi racconta poco di sé, della sua attività politica, del perché fu esiliato, di ciò che fu costretto a sopportare. Socialista convinto, si considera ancora oggi, a distanza di molti anni dal suo rientro in patria, un esule a casa propria. «La lotta che quella generazione intraprese per garantire condizioni sociali eque e giuste, non è mai finita!» esclamò all’improvviso. «Ti sembra che il Cile odierno possa considerarsi attento alle dinamiche sociali che, se lasciate andare per la loro strada, prima o poi, collasseranno l’intero Paese?» mi chiese con il tono di chi ha messo da parte l’istinto d’azione, ma non gli ideali da cui essa deve partire. Esiliato due volte. Prima dal regime, ora dalla congiuntura storica che impedisce, attraverso l’arma del “benessere”, una vera e propria contestazione. Per questo ha scelto Llico come sua dimora e rifugio. Un luogo distante e appartato dove vivere la quotidianità della propria esistenza senza il fardello dell’azione politica, fonte di speranze spezzate e crisi ideologiche.


Un perdente, qualcuno potrebbe dire. Un disilluso. Una persona che però ha tentato, penso tra me e me. La scelta di autoesiliarsi può essere più o meno condivisibile, ma sicuramente rispettabile perché frutto di un cammino tortuoso. Perché è facile giudicare senza conoscere. Senza provare. Senza aver vissuto. La vita è fatta anche di cadute da cui non sempre è facile rialzarsi. Eppoi chi può dire che quella sia la via sbagliata. Tante volte durante questo viaggio mi sono interrogato sul ruolo che ogni cittadino deve assumere di fronte ai diversi mali sociali. C’è l’inazione, il rifiuto a pensare che esista qualcosa di migliore. C’è la lotta attiva, sulla quale nascono dubbi e perplessità riguardo alle sue forme. E c’è l’esilio forzato, la consapevolezza politica che si fa da parte e si ritira, per rimanere libera e pura. Anche questa è una possibile via.


La casa in cui vive risalta ancor più la sua coerenza. Ci conduce lì con l’idea di bere ancora un po’ di vino. A Llico è davvero buio e fatico a seguire i passi veloci dei due cileni. Arriviamo sul mare. Tra gli scogli sorge un prefabbricato di modeste dimensioni. Entriamo e la luce fioca di una candela illumina lo spazio attorno a noi. Dentro alla stanza c’è tutto ciò di cui un uomo può aver bisogno. Un cucinino, un letto, una scansia con alcuni libri, un tavolo; ma soprattutto degli amici con cui condividere attimi di vita.

Mi sento bene qui, forse anch’io un po’ esule, un po’ fuggiasco.

Il rumore del mare è sempre più forte, così fragoroso da sommergere le nostre parole. Esco ad ascoltare la sua melodia. Accendo una sigaretta, che la brezza si porta via rapidamente. Scruto le acque scure dell’oceano. Paura e attrazione al medesimo tempo. Il desiderio di perdermi in quell’oscurità, per qualche istante non essere più nulla, è grande.

Poi chiamo Giuliano e ci avviamo verso la nostra tenda.

1 Letteralmente “a dito” per indicare il gesto di richiesta del passaggio.


20 settembre 2003: pensieri appesi a un filo

— Inviato da teospeleo @ 08:02

Sono da poco passate le due di notte. Giuliano sta scendendo lungo una corda da nove millimetri, che certo non si può definire nuova. Poco a poco la sua acetilene illumina le pareti del pozzo ed io, appeso al frazionamento, con ammirazione guardo lo svelarsi di questo baratro.

Fa molto freddo qui. Elia ed io siamo fermi da ormai un’ora sdraiati in un meandro che ti permette appena di stare seduti. Tuttavia l’emozione di ciò che abbiamo trovato è troppo grande perché i brividi che sentiamo siano quelli provocati dal freddo.

Una voce sale dall’oscurità e con essa anche l’eco di qualche implorazione al Signore. Giuliano grida che la corda da 55m a cui è attaccato, non basta per arrivare alla cengia sottostante. Deve così unirla con un’altra e passare il nodo di giunzione completamente nel vuoto. Con qualche difficoltà completa l’operazione e riprende la discesa. Dopo cinque minuti sentiamo nuovamente la sua voce. Questa volta è una bella notizia: è arrivato alla cengia e i 100m di corda usati gli sono appena bastati. Mi dà il libera e inizio a scendere io.

La parola d’ordine è massima cautela. Nei primi 15 metri di discesa si passa molto vicini alla roccia, che purtroppo è completamente marcia. Basterebbe un niente per far volare nel vuoto le grosse lame appese. Con questi pensieri arrivo al secondo frazionamento. Qui il pozzo si allarga maestoso così tanto da far perdere la percezione delle sue dimensioni. Do il libera e proseguo. La corda scorre sulla mia mano lentamente e la sagoma di Elia si fa sempre più piccola fino a diventare un puntino di luce nell’oscurità. Solo e circondato dal buio, inizio a vagare nei ricordi e immagini lontane mi passano davanti agli occhi.


Mi ritrovo appena diciottenne all’ingresso della grotta già in difficoltà sul primo frazionamento. Ricordo che impiegai almeno mezz’ora per scendere i ventisette metri del primo pozzo, con Alberto e Roberto che aspettavano impazienti il mio arrivo. Lì per lì pensai che forse la speleologia non era fatta per me, ma in realtà era la grotta che non era fatta per speleologi inesperti.

Mi viene quasi da sorridere se ripenso a quella situazione tragicomica che vedeva la “famiglia Burato” in compagnia di Davide ammassata in un vecchio igloo da due persone aspettando la fine del temporale per poter entrare in grotta. La pioggia cadeva copiosa, così come i fulmini, quando il cellulare di Giuliano squilla. Era Peruzzo del Progetto Bagno, che lo cercava per un lavoro urgente. Noi tutti, gentilmente, lo mandammo a fanc...

Ripenso poi alle scoperte dell’anno dopo fatte con Davide e Matteo. Al giorno del ritardo quando, consapevoli di saltare il lavoro e la scuola, decidiamo di scendere il nuovo pozzo da quarantacinque metri, appena scoperto. Per me e Davide che masticavamo speleologia da poco più di un anno, esplorare per la prima volta luoghi come quelli era qualcosa di magico e irreale.


Ed ora appeso a questa corda, nuovamente in esplorazione, mi ritrovo a provare le stesse emozioni, se non più forti. Manca poco per arrivare al nodo di giunzione, ma ho tempo ancora per qualche ricordo.


Saltano alla mente le immagini delle disostruzioni fatte lungo il meandro iniziale. Ore interminabili passate a scavare come minatori per renderci percorribile il cammino. La voglia di scoprire e la convinzione che la grotta giù sarebbe andata avanti ci dava la forza per continuare quel lavoro faticosissimo che portò via all’esplorazione pura più di un anno.

E poi finalmente il nostro primo grande pozzo, quel pozzone tanto atteso che avevamo promesso all’amico Cristian. Mi vedo ancora lì, appeso al nodo di fine corda con sotto di me ancora 60m di volo e sopra i miei zii preoccupati che gridavano per sapere se ero riuscito ad arrivare alla cengia.


I miei pensieri sono fermati d’improvviso dal nodo su cui si ferma anche il discensore. Con cautela faccio le manovre per passare la giunzione. La visuale e la posizione non sono delle migliori. Penso a Giuliano e a tutto il peso che prima aveva sotto l’imbrago, fra trapano, batteria e corda. Ora capisco il perché di un osannare così ardentemente l’Altissimo. Io in questo mi limito, tanto nessuno potrebbe sentirci qui sotto. Riprendo la mia discesa .

In un attimo sono volati davanti a me quattro anni di avventure che hanno legato una parte della mia esistenza a questa grotta. Maestro severo, il Vludermaus mi ha insegnato molto e, penso, anche a tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo alla sua esplorazione. Ci ha insegnato a soffrire, a stringere i denti, a non desistere anche quando tutto sembra perduto. Soprattutto ci ha insegnato a gioire sempre, delle piccole e delle grandi scoperte. Prima o poi le grandi fatiche sono appagate. Oggi è proprio uno di quei giorni, in cui si guarda indietro e si pensa che non si è fatto tutto per niente. Penso che l’immensità di questo baratro sia il nostro premio.

Finalmente tocco terra e raggiungo Giuliano sulla cengia. Dopo qualche minuto arriva anche Elia.. Ci restano poco più di 20 metri di corda e sotto di noi ci sono, ad una prima valutazione, almeno 50m. Giuliano si cala ancora fino a finire la corda, ma il fondo del pozzo non si vede e così risale. La nostra avventura finisce qui, per il momento. Si aprono prospettive esaltanti, nuovi orizzonti. Il Vludermaus non è mai stato così grande, nessuna grotta dell’altopiano è stata così grande.

Risalire sarà faticoso, anche perché siamo dentro da più di diciotto ore. La felicità però è tale da non farci sentire la fatica.

Ci aspettano fuori Anna e Chiara ed una bellissima giornata di sole.


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